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Il Giardino del Tempo

In un’epoca sospesa, dove i confini tra il visibile e l’invisibile sono sottili come un velo di seta, esiste una dimora ai margini di una valle accarezzata dal respiro degli angeli. Lì vivono due essenze divine, due sorelle dello spirito: Attesa e Pazienza. La loro casa non è fatta di mura, ma di luce antica e di profumo di resine, e il loro giardino è un tempio a cielo aperto dove ogni creatura trova rifugio.

Sebbene molto similari, il mondo le ha sempre percepite con sguardi diversi. Gli uomini, travolti dal vortice del fare, temono Attesa, vedendola come una figura austera, immobile sulla soglia dorata della dimora, con lo sguardo fisso oltre l’orizzonte, verso un domani che sembra non arrivare mai. Ai loro occhi, le sue mani giunte appaiono vuote, un simbolo di paralisi e di nulla. Amano invece Pazienza, che siede sempre nel cuore del giardino, intenta a tessere fili di luce argentata o a inumidire la terra con lacrime di compassione, in attesa che un fiore fragile trovi la forza di sbocciare.

Un giorno, un giovane viandante, con il cuore appesantito dai fardelli del mondo e gli occhi spenti dalla delusione, giunse al loro cancello. Il suo respiro era corto, affannato dalla fretta di possedere, e la sua anima vibrava di un’insoddisfazione profonda. “Ho cercato la gioia in ogni dove” disse la voce incrinata, “ma lungo la strada ho incontrato solo te, Attesa. Mi hai rubato il tempo, mi hai costretto all’immobilità. Sei una catena che mi impedisce di volare”.

Attesa sollevò lo sguardo, profondo e limpido. Non disse nulla, ma nel suo silenzio c’era la quiete dei millenni. La sua presenza emanava una vibrazione di calma che, paradossalmente, agitò ancora di più il giovane.

Fu allora che Pazienza si fece avanti, come una brezza leggera che dissolve la nebbia. Le sue mani, morbide e profumate di essenze, si posarono sulla spalla tesa del viandante. “Vieni a sederti con noi, anima stanca” lo invitò con voce soave. “Mio fratello, la fretta ti ha bendato gli occhi. Mia sorella Attesa non è una catena: è il grembo che trattiene il soffio della vita affinché non si disperda nel vuoto. È il custode del mistero che si prepara a nascere. Io, invece, sono l’acqua silenziosa che nutre quel mistero nell’oscurità della terra”.

Pazienza prese un piccolo seme nero, apparentemente privo di vita, e lo posò nel palmo aperto di Attesa. Poi condusse il giovane nel cuore del giardino, di fronte a un ramo di ulivo secolare. Lì, appeso come una perla di giada, c’era un bozzolo sottile. Il ragazzo, spinto dalla consueta impazienza, allungò la mano per spezzarlo e liberare la creatura che sentiva agitarsi all’interno.

Ma Pazienza gli fermò le dita con delicatezza: “Se spezzi il bozzolo prima che il tempo sia maturo, condanni la creatura a non conoscere mai il cielo. La bellezza ha un suo battito interno, una sua sacralità che non può essere forzata. La fretta è violenza, mentre Attesa è riverenza per ciò che deve divenire. Lei custodisce lo spazio del miracolo, io custodisco l’amore che lo fa crescere”.

Trascorsero i giorni nella dimora di luce. Il viandante, imparando a rimanere seduto tra le due sorelle, smise di lottare contro il tempo. Scoprì che nell’immobilità di Attesa non c’era vuoto, ma una pienezza vibrante, uno spazio in cui l’anima imparava a sintonizzarsi con l’Eterno. E nella presenza di Pazienza non c’era rassegnazione, ma la consapevolezza che ogni dono divino richiede tempo per maturare e che la vera forza risiede nella cura costante e silenziosa.

Insegnarono al giovane a benedire il momento presente, a riconoscere che ogni secondo di attesa è un’opportunità per espandere la propria capacità di ricevere, e che la pazienza non è altro che amore che si fida del Flusso.

Una sera, al crepuscolo, quando l’aria si tinse di porpora e oro, un brivido attraversò il bozzolo. Con una lentezza maestosa, la creatura emerse, dispiegando ali con i riflessi dell Cielo. Era una farfalla di una bellezza ineffabile, che prese il volo silenziosa nell’aria dorata, risplendendo come una gemma celestiale.

Nello stesso istante, il seme che riposava nelle mani di Attesa gemmò. Un piccolo stelo si fece strada verso l’alto, schiudendosi in un fiore dai petali bianchi come la purezza e un profumo che risvegliava la propria Essenza di Anima.

Il viandante capì allora, con una chiarezza illuminante, che l’attesa non è mai tempo perso, ma il terreno invisibile, il silenzio tra le note, in cui la pazienza fa maturare i miracoli. Guardò le due sorelle spirituali, prese un lungo respiro che parve abbracciare l’intero universo, e per la prima volta nella sua esistenza, non ebbe più alcuna fretta di ripartire, perché comprese di essere già arrivato, nel qui e ora, nel cuore dell’Amore Eterno.

Giuliana Cittanti

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