C’era un tempo in cui l’Anima giaceva nell’ombra di una stanza riempita soltanto di quello che definiva “certezze”. Le finestre erano sbarrate con la legna solida dell’abitudine, e fuori il mondo scorreva come un mare di vetro: immobile, piatto, un’immensità senza goccia d’acqua, dove perfino il vento aveva dimenticato come soffiare.
In quel mare senza sponda, l’Anima era inebetita da un sonno troppo lungo.
Poi, nel cuore di una notte, una voce si alzò come una vibrazione di seta.
– Dove sei finita?, chiese la Voce.
L’Anima schiuse gli occhi nella penombra del suo guscio, sentendo la pelle del petto stringersi attorno a un ricordo dimenticato.
– Sono qui, rispose l’Anima. Sulle rotte sicure. Qui dove nulla mi ferisce, dove ogni passo è già stato fatto, dove l’orizzonte non chiede nulla che io non sappia già dare.
La Voce sorrise, e il suo sorriso fu come una crepa di luce su un muro di pietra atavica.
– Ma non è per quella che ritieni essere sicurezza che hai ricevuto una forma. Guarda oltre il confine del tuo guscio. Il mare che ritieni calmo non è pace: è sete…. È desiderio che ti attende…
Un brivido sottile attraversò le fasce del corpo, mentre un punto segreto tra le scapole tremò, come un’ala che tenta di distendersi dopo un inverno millenario.
– Cosa c’è oltre la mia storia?, sussurrò l’Anima, e per la prima volta, la domanda non cercava una risposta logica, ma un respiro.
– C’è la mia natura, disse la Voce. C’è la Curiosità…
– Che cos’è la Curiosità?, chiese l’Anima sporgendosi appena oltre la soglia del petto.
– Non è la brama della mente che vuole possedere il mondo per spiegarlo, rispose il Silenzio. La Curiosità è il mio cullare divino. È il fremito con cui mi ricordo di essere viva. È quel primo, impercettibile movimento che ti fa chiedere: Cosa significa davvero essere Me? Cosa c’è di più grande, di più puro, di più immenso che attende di manifestarsi attraverso questo corpo?
– Ho paura di muovermi, confessò l’Anima. Ho dimenticato come si fa il primo passo verso ciò che non conosco.
– Non devi camminare, rispose la Voce. Devi solo permetterti di essere curiosa. La Curiosità non chiede forza; chiede fiducia. È la mano che schiude la narice al Soffio Puro, è il polso che ruota in una spirale di grazia per tornare a ricevere, è la laringe che vibra insieme alle viscere per pronunciare un suono mai udito. È la chiave di volta del cuore che si ammorbidisce per far filtrare la luce delle stelle.
L’Anima fece un respiro profondo. L’aria non fu più solo ossigeno, ma la linfa di una presenza riconosciuta.
– Se ascolto questo cullare… cosa accadrà alla mia vita solita?
– Si scioglierà come neve al sole primaverile, disse la Voce, calda e senza fretta. Perché non si può abitare la Curiosità e continuare a fare le stesse cose, a ripetere le stesse parole, a stringere i denti nella solita corazza. La Curiosità è la madre della Creazione Autentica. Quando la risvegli, ti spinge dolcemente a compiere il gesto diverso. A varcare la soglia dell’ignoto. A risvegliare le risorse sommerse che credevi perdute per sempre.
– E se mi perdo?
– Non puoi perderti nell’Infinito che ti appartiene. Quando fai qualcosa di mai tentato, quando ti concedi la meraviglia di esplorarti oltre i confini del già noto, non ti stai smarrendo. Stai tornando a Casa.
L’Anima stese le braccia. Le palme delle mani si aprirono verso il cielo come calici pronti ad accogliere la rugiada.
Il mare di vetro sotto di lei cominciò a incresparsi. L’acqua, viva e densa di memoria, riempì ogni abisso, risalendo lungo i piedi, bagnando le ginocchia, riscaldando i reni e riaprendo la porta del cuore.
– Guarda, disse la Voce. L’orizzonte non è più una linea rigida. È una promessa.
L’Anima sorrise, e in quel sorriso non ci fu più la fretta di capire, ma la gioia infinita di scoprirsi. Non era più una spettatrice stanca della propria esistenza, ma la poetessa della sua stessa materia.
– Cosa c’è di più per me? chiese al vento, mentre la nave del suo essere spiegava le vele.
E il Vento dell’Invisibile rispose:
– Tutto.

